Non è sempre facile riconoscere chiaramente la disbiosi intestinale nel cane.

Come abbiamo spiegato nel precedente articolo sulla disbiosi intestinale nel cane (vi lasciamo il link diretto per andarlo a rileggere), sono stati identificati alcuni fattori che possono far sospettare con gran probabilità la presenza di disbiosi. Per ricordarne alcuni: la presenza di enteropatie, la predisposizione di razza, la dieta oppure la presenza di patologie come l’insufficienza epatica cronica.

Al di là di questi sentori che possono suggerire la presenza di disbiosi, per avere la totale certezza della diagnosi, un semplice esame colturale non è sufficiente per diagnosticare la disbiosi, poiché la maggior parte dei microrganismi intestinali, essendo anaerobi, non possono essere coltivati con metodiche standard.

Esistono, però, alcune metodologie più complesse e sofisticate per analizzare il microbiota e rilevare la presenza di disbiosi:

  • il Sequenziamento 16SrRNA, un esame complesso effettuato su un campione di feci che consente di analizzare il microbiota e di identificare le specie batteriche presenti e la loro abbondanza relativa al fine di definirne la composizione.
  • oppure il metodo FISH (Ibridazione fluorescente, Fluorescent In Situ Hybridization) è una metodica che, tramite un prelievo con biopsia intestinale, consente di rilevare la presenza nella mucosa intestinale di specifici enterobatteri non sintomatici di un buono stato di salute. La FISH, rispetto al metodo precedente, non consente di quantificare la presenza relativa dei diversi microrganismi che compongono il microbiota.
  • infine, esiste il test dell’indice di disbiosi (DI): un test più recente e più semplice ed accessibile rispetto ai sopracitati. Questo test partendo dall’analisi quantitativa delle 7 specie batteriche più comunemente coinvolte in caso di disbiosi, restituisce tramite un calcolo algoritmico un indice di disbiosi indicativo della presenza o meno di disbiosi intestinale. Un indice di disbiosi sotto lo 0 esclude la disbiosi, mentre un indice di disbiosi superiore al 2 conferma la presenza di disbiosi. Esiste poi un range equivoco di valori tra 0 e 2 che però viene riscontrato solo nel 20% di cani sani.

Una curiosità importante sulla disbiosi intestinale nel cane!

Dall’analisi dell’indice di disbiosi si è capito che esso ha andamenti diversi a seconda che l’enteropatia (ovvero il problema intestinale) sia transitoria o cronica.

In un cane con enteropatia transitoria acuta i valori del suo indice di disbiosi sono ritornati normali entro 7-14 gg dalla risoluzione della sintomatologia.

In cani con enteropatia cronica, anche in seguito a una remissione clinica dei sintomi, l’indice di disbiosi si manteneva superiore a 2 (2 è il valore che conferma la presenza di disbiosi).

Questa rilevazione è un’ulteriore conferma del fatto che la disbiosi è una conseguenza e non una causa dell’enteropatia.

Questa constatazione ci suggerisce un ulteriore sentore da aggiungere alla lista dei fattori che possono indicare la presenza disbiosi: la temporaneità o la cronicità dell’enteropatia.  

La distinzione permette di sottolineare che il microbiota intestinale di un soggetto adulto è resiliente e, quando perturbato, tende a ritornare verso lo stato di equilibrio iniziale. Quando un fattore di disturbo temporaneo cessa, il microbiota con molta probabilità ritornerà velocemente alla sua composizione iniziale.

Al contrario, se è presente un fattore di disturbo cronico o molto prolungato (es. patologia cronica o terapia protratta per lungo tempo), il microbiota farà più fatica a ritornare a una condizione di equilibrio.

Come curare la disbiosi per migliorare e, se possibile, risolvere i sintomi?

La terapia perfetta per la disbiosi non è stata ancora identificata, tuttavia esistono diverse opzioni di cura ritenute efficaci.

L’esperienza ha inoltre dimostrato che l’efficacia dei vari approcci terapeutici varia molto in base alla risposta dell’organismo del singolo soggetto. Anche in soggetti apparentemente simili, l’efficacia di una terapia potrebbe essere diversa, poiché la risposta dell’organismo dipende dalla malattia del paziente, dalla composizione del suo microbiota e al tipo di sostanze da esso prodotte.

Recenti studi hanno dimostrato che, in primis, la dieta e l’assunzione di probiotici e prebiotici possano contribuire a ridurre e migliorare la disbiosi.

Una dieta altamente digeribile e l’introduzione di fonti proteiche nuove e facilmente digeribili sono alcune delle azioni immediate che possono essere effettuate sulla dieta per abbassare la risposta infiammatoria dell’organismo.

Tramite una dieta corretta, infatti, è possibile migliorare la composizione del microbiota, sostenendo la popolazione dei batteri buoni che andranno a favorire i processi che il microbiota espleta nell’organismo, di cui abbiamo già parlato in precedenza (es. assimilazione dei nutrienti, trasformazione degli acidi biliari secondari, metabolismo dei lipidi, ecc.)

L’assunzione di probiotici, sebbene di per sé non risolva la disbiosi, può avere molti effetti benefici sulla salute dell’organismo e sul suo microbiota. I probiotici, infatti, in base al ceppo di appartenenza possono migliorare la funzionalità della barriera intestinale, influenzare la popolazione del microbiota a discapito degli enteropatogeni, modulare il sistema immunitario e apportare effetti antimicrobici.

Mentre la somministrazione di prebiotici può contribuire alla crescita di specifici ceppi batterici, favorendo la biodiversità della popolazione del microbiota.

Altri approcci terapeutici prevedono la somministrazione di antibiotici oppure antinfiammatori cortisonici.

Gli antibiotici non sono la prima scelta terapeutica in caso di disbiosi, ma, in alcuni casi, possono essere efficaci come supporto alle altre terapie, poiché agiscono riducendo la carica batterica e modulando il microbiota. La loro prescrizione va quindi valutata con cura a causa degli effetti collaterali. Gli antibiotici, infatti, se somministrati per lungo tempo possono danneggiare il microbiota e diventare concausa della disbiosi stessa.

I farmaci cortisonici invece hanno effetto antinfiammatorio e, se abbinati ad altri approcci terapeutici che vanno a modulare la composizione del microbiota, possono rivelarsi un valido aiuto per interrompere il ciclo infiammazione-disbiosi e favorire il ritorno ad uno stato di equilibrio (eubiosi).

Oltre ai protocolli di cura più tradizionali sopra descritti, negli ultimi anni si sta facendo strada una nuova metodica terapeutica già in atto in medicina umana dal 1958: il trapianto del microbiota fecale. Questa pratica consiste nel trasferire il microbiota intestinale di un animale sano nell’intestino del cane con disbiosi. Nel cane ci sono ancora pochi studi a disposizione e non ci sono ancora protocolli di cura standardizzati, tuttavia il trapianto del microbiota risulta essere una terapia sicura, naturale e, talvolta, ripetibile per portare alla risoluzione della sintomatologia.

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